
Si definisce Body Art “un movimento e fenomeno artistico degli anni 1960 – 1970 in cui il corpo dell’artista diventa esso stesso strumento espressivo grazie a gesti e azioni dimostrative da questo compiute” (Il Nuovo Zingarelli, 1988). Nella Body-art e in tutte le performance il sesso, la malattia, i desideri, le oppressioni, il dolore, la nevrosi, agiscono sui corpi lasciandovi i suoi segni: marchi, supplizi, costrizioni, discipline, cure, diete, regole, divieti e trasgressioni, strutturandoli in quello che lo stesso Foucault definisce il “carnaio di segni” (Francesca Alfano Miglietti, pag, 15). La Body-art non nasce dal niente, si può pensare ad una sua discendenza dal Futurismo di Tommaso Marinetti, che pubblicò il 20 febbraio del 1909, sul Le Figaro, il suo manifesto che attaccava tutte i valori stabiliti dalle Accademie di pittura e letteratura. Per la Performance Art la sua data di nascita è l’11 dicembre 1898, quando il poeta Alfred Jarry presentò nel Théatre de l’Oeuvre de Lugné-Poe, Ubu Roi (Goldberg RoseLee, 1979). Ma le tematiche della Body Art, come pensiero creativo, si possono intravedere, tra l’altro, nell’esperienza di Kandinskij, Klee e Mondrian che si proponevano di lacerare il velo, frapposto dall’apparenza sensibile, per giungere a una più alta verità, come pure tra i pittori surrealisti che aspiravano alla (Gombrich, 1999) La stessa psicologia e la psicoanalisi hanno influenzato i surrealisti ed hanno fatto sorgere interessi che hanno indubbiamente portato sia gli artisti che il loro pubblico a esplorare zone della psiche umana considerate in precedenza con ripugnanza o come tabù (Gombrich, 1999). E’ per tutti evidente che l’immagine domina la comunicazione nella nostra epoca, la Body Art nasce, come sottolinea W. J. T. Mitchell (citato da Maria Giuseppina Di Monte) in una cultura che ha visto tutto, dalla presenza della fotografia, dei film, della televisione e dei computers forniti di grafici, giochi, word-processing, banca dati, calcolo, non v’è dubbio che la polarità “pittura versus poesia” appaia sorpassata e che si preferiscano termini più neutrali come “testo versus immagine” (1986, pag. 50).
Per la storica dell’arte Lea Vergine (2000), nella Body Art, ci sono dei caratteri che fanno da comune denominatore a questa maniera di far arte, come: la perdita d’identità, il rifiuto del prevalere del senso della realtà sulla sfera emozionale. L’intento di questi artisti è sbloccare le forze produttive dell’inconscio, ci troviamo di fronte a manifestazione di voyeurismo ed esibizionismo, tra tendenze sadiche e piacere masochistico, tra fantasie distruttive e catartiche.
La Body Art per T. Macrì (1996) si caratterizza quale proprietà analitica del corpo assunto come mezzo di espressione artistica: l’azione sottolinea le funzioni di esso e delle sue parti, servendosi di mezzi di riproduzione meccanica nell’intervento duplice di documentazione e di indagine penetrante (citato da Marco Refe, 2000).
E’ in questo contesto che il corpo comincia ad essere considerato secondo modalità che ne rifiutano la tradizionale funzionalità: Il corpo oltraggiato dalle lamette di G. Pane, quello legato, graffiato e contratto di A. Rainer, per giungere fino alla teatralizzazione del sangue di H. Nitsch (Refe, 2000).